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Cattivissimo lui: l’Expo

L’EXO è brutto e cattivo, l’EXPO costa troppo, l’EXPO è una figata, l’EXPO è pura ipocrisia.

Su questa Esposizione Universale di Milano, ne sono state dette di cotte e di crude ma in ogni caso, che vi piaccia o no, ce l’ha fatta.

La sua sfida, nonostante tutte le polemiche, le contraddizioni, le difficoltà e critiche che lo hanno accompagnato, è stata vinta. E vi dirò di più: anche se non è tutto rose e fiori, in fondo, sono felice di non averlo boicottato.

CI PIACE PERCHÈ (Attenzione, spoiler)

  1. Perché amo i viaggi e amo mangiare. Quale miglior occasione di questo mega parco tematico, che non è altro che un viaggio nel cibo? All’Expo, un Padiglione tira l’altro, attraverso odori e sentori. E tu, lo sai che sapore ha la tua nazione? Ps. Io Coca Cola e McDonald’s le boicotto già 365 giorni all’anno per la mia salute.
  2. Per imparare qualcosa di nuovo. Sì, ad esempio, che uno dei miei fiori preferiti, il fiore di loto, è il fiore nazionale del Vietnam. O che l’olio di Argan, miracoloso per pelle e capelli, proviene dalle mandorle dei frutti della pianta di Argan, in Marocco. O ancora, che le patatine fritte del Belgio sono così irresistibili perché vengono fatte con una varietà di patate speciali, chiamata “Bintje”. All’Expo realizzi che ci sono tante cose che non sai.
  3. Perché stimola la curiosità e l’amore per il diverso. L’Expo è maestoso, visionario, ricco di effetti speciali, e mette in moto tutti i 5 sensi. Ora non voglio sembrare Gandhi, ma una cosa è certa: è un’esperienza collettiva molto istruttiva e coinvolgente, affollata com’è di qualsiasi nazione di diversa lingua, religione, sesso, cultura, opinioni politiche e condizioni sociali. Non c’è spazio per l’odio, ma solo per il rispetto. Ogni padiglione ti costringe a camminare con gli occhi puntati in alto per conoscere e apprezzare quel che di bello possiede un altro paese. Consigliato agli inariditi dalla vita di tutti i giorni e alle menti bacchettone, inzuppate di pregiudizi.
  4. Perché bisogna (o bisognerebbe) in fondo, esserne fieri. Lo so, lo so, lo so: l’alto impatto ambientale dell’esposizione ha ben poco a che vedere con la sensibilità verde sventolata a destra e a manca. Non voglio certo occultare questi lati negativi o venerare questo evento, ma non potete comunque ignorare che da Italiani, siete parte di esso, e che con l’acquisto del biglietto, partecipate ad un’impresa straordinaria. Insomma: preso nella sua integrità, l’Expo è pur sempre un’occasione per mostrare il nostro valore, una spinta di riscatto, e sono onorata che sia proprio il mio paese ad ospitare una manifestazione così creativa, di portata mondiale.
  5. Perché hanno fatto le cose per bene. Alcune, almeno. Dovete ammettere che qui tutto sembra essere organizzato nei minimi particolari, con passione e creatività: dalla multimedialità dei padiglioni alle innumerevoli stazioni dell’acqua potabile, dalla chiarezza delle indicazioni ai bagni sempre puliti, dai centinaia e centinaia di collaboratori preparati ai secchi praticamente ovunque. Unica nota negativa: i collegamenti; per raggiungerlo, infatti, servono 20 minuti. Ci piace, dai, considerando che molti eventi tanto osannati alla fine si rivelano banali e insufficienti. Piccola parentesi sul lavoro, che “dicono” (fonti ufficiali le ho cercate all’infinito, ma non ce ne sono) sia sottopagato o non pagato proprio, come nel caso dei 520 volontari, ogni giorno a disposizione dei visitatori. Alt: sono la prima a contestare le collaborazioni gratis, ma in questo caso i volunteers, una volta finito il turno e tolta la divisa, hanno la possibilità di visitare i padiglioni, mangiare con un buono in convenzione, e alla fine dell’esperienza ricevono anche in regalo un tablet (oltre a tenersi il materiale fornito all’inizio, come due polo, due felpe, un k-way per la pioggia, un cappellino, una borraccia e uno zainetto). Bhé, non è proprio male, soprattutto per chi ha ventanni, vuole fare curriculum, esperienza, ed interagire con oltre 20.000 persone. Inoltre, non stanno a spalare le miniere, no? Io l’avrei fatto.
  6. Perché ti fa ripassare un po’ di geografia. Per dirne una, dove diavolo si trova il Sultanato del Brunei?
  7. Per non perdervi lo show canadese dello spericolato e suggestivo Cirque du Soleil “Alla Vita!”, ideato in esclusiva per Expo 2015, nel teatro all’aperto. Ultimo spettacolo: 30 agosto!
  8. Perché l’Albero della Vita, simbolo del Padiglione Italia, con le sue bolle di sapone e i suoi giochi d’acqua a ritmo di musica è davvero incredibile e vorrei che lo vedeste con i vostri occhi.
  9. Per cogliere i cambiamenti in corso. Politici, giornalisti, chef e tecnologie: tutti raccontano i differenti Paesi tra vecchi stereotipi e nuove chimere.
  10. Perché finalmente scrivo un post che non sia un’escursione. Yeah!

COSA VEDERE?

Piccola premessa: Una cosa non ho potuto fare a meno di organizzarla, e vi consiglio di fare altrettanto. E cioè, segnarmi una sorta di lista must eat dei Padiglioni, per ottimizzare il tempo verso le cose che vale “davvero” la pena vedere, e appunto, mangiare. Non esattamente in questo ordine.

E ho fatto bene, sennò mi sarei fatta sfuggire The Dutch Weed Burger, il burger verde alle alghe, dell’Olanda (buonissimo, anche se 9 euro e 50 le ho trovate esagerate).

Burger verde alle alghe // The Dutch Weed Burger (Padiglione Olanda)

Burger verde alle alghe // The Dutch Weed Burger. Ottimo. E se volete bere qualcosa di sano, fatevi fare una fresca centrifuga di carota,  zenzero e limone (la Dutch Royal Juice) da uno dei simpatici camper open air. (Padiglione Olanda)

 

Il Padiglione Israele: Rappresenta il classico Padiglione che, per ignoranza, vorresti quasi sottovalutare. E invece l’Israele è un Paese che ti sorprende e ha saputo rendere fertili molti dei suoi terreni in prevalenza aridi, diventando addirittura leader nel campo della scienza e dell’innovazione. Chapeau. Come ci è riuscito, ce lo spiega Moran Atias in una bellissima esperienza visiva, per nulla noiosa. L’Israele è anche uno degli 11 i luoghi all’interno dell’Esposizione presso i quali poter mangiare senza glutine. Inoltre, farsi scappare il gelato bio  israeliano è un peccato capitale.

Il Padiglione del Giappone: Se come me, siete ossessionate dal Giappone, non vedrete l’ora di vederlo, e sarete di parte. È il mio preferito, un percorso emozionale, che inizia con la proiezione su uno specchio di diversi paesaggi rurali nelle quattro stagioni e termina con un ristorante virtuale al termine del percorso. Al di là delle canzoni da Zecchino D’oro, evitabili, è pura magia e vale 60 minuti di fila.

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Japanese obsession // Spring blossom inspiration on the wall (Padiglione Giappone, Expo)

Traditional japanes umbrella, made from bamboo and washi ♥

Traditional japanes umbrella, made from bamboo and washi ♥ (Padiglione Giappone, Expo)

Immancabile, poi, un pranzo con il sushi e il mio adorato gelato al the matcha.

sushi

Il sushi, piatto tipico della cucina giapponese a base di riso, pesce, alghe. Potrei mangiarlo anche ogni giorno, ma purtroppo in Abruzzo non è così comune come a Milano. (Padiglione Giappone, Expo)

matcha

Matcha Green Tea Icecream. L’avrò ripetuto fino alla noia: Il matcha è il tè verde giapponese, ricco di vitamine, minerali, polifenoli ed è il tè con la maggior percentuale di antiossidanti. Ho una vera dipendenza! (Padiglione Giappone, Expo)

Il Padiglione dell’Austria: È quello più “fresco” e suggestivo dell’Esposizione, in quanto riproduce fedelmente il microclima e la natura di un bosco austriaco. Quello che i visitatori non sanno, è che il clima piacevole percepito all’interno – 5 gradi in meno rispetto all’esterno – è causato dal naturale effetto rinfrescante delle piante, e non da enormi climatizzatori. Componente essenziale della salubrità del cibo e della salute umana, è infatti l’aria (da qui la scritta “Breathe”, Respira). L’idea del padiglione austriaco è quella di proporre un modello per migliorare la qualità della vita nelle città del futuro, con una politica di rimboschimento urbano. Fefa approved!

Il Padiglione del Marocco: Solitamente sono una tipa da capitale europea, e invece, ultimamente le mie predilette sono le suggestioni mediorientali. Il Marocco è intenso ed è letteralmente poesia: sa di aranci e mandorle, di rose del deserto e di spezie. Così ricco di tradizione che sembra uscire dalle pagine di un romanzo.

marocco argan

Il Marocco è soprattutto un viaggio educativo. Lo sapevate che dalle mandorle dell’albero di argan deriva proprio l’olio di Argan, il nostro cosmetico di bellezza? (Argan Oil Plant, Moroccan Pavilion, Expo)

Ogni sala ci conduce in una delle tre zone principali del Marocco: il Nord Mediterraneo, il Centro e il Grande Sud, ognuno con le sue particolarità e il suo clima, da fresco a caldo da togliere il fiato. Di grande atmosfera l’installazione dei fiori colorati appesi al soffitto, che si riflettono nel pavimento a specchio. Bravi!

maroccoflowers padiglione marocco

I bellissimi fiori colorati appesi al soffitto del Padiglione Marocco, Expo

Il Padiglione dell’Indonesia: Uno dei miei (tanti) miei sogni è andare a Bali, l’isola degli Dei: pertanto, l’atmosfera floreale di questo piccolo, ma molto caratteristico Padiglione dalle sembianze di un tipico mercato indonesiano, per me è stata un colpo di fulmine. Provate gli Oculus Rift, gli occhiali per la realtà virtuale. (Ce li hanno anche Egitto, Indonesia, Lombardia, MSC Crociere, Alitalia Etihad.)

Prima di prendere questa bevanda ero molto scettica, ma il caldo non mi ha lasciato altra scelta. E ho fatto bene! "Es Buah", il cocktail indonesiano alla frutta, è buonissimo! (Indonesian iced fruit cocktail, Padiglione Indonesia, Expo)

Prima di prendere questa bevanda ero molto scettica, ma il caldo non mi ha lasciato altra scelta. E ho fatto bene! “Es Buah”, il cocktail indonesiano alla frutta, di solito con papaya e ananas, è buonissimo! (Indonesian iced fruit cocktail, Padiglione Indonesia, Expo)

Tutti i colori del Padiglione Indonesia

Tutti i colori brillanti del Padiglione Indonesia. Dove si firma per avere una casa così?

Il Padiglione del Nepal. Incastonato come una gemma tra l’India e la Cina, il Nepal mette in scena un insediamento delle valli di Kathmandu, con porticati e templi, accompagnati da una musica zen che evoca pisolini sull’amaca o sessioni di yoga. Che relax! Mi è venuta voglia di prendere un biglietto.

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L’atmosfera generale del padiglione del Nepal è stata progettata per ricordare la forma del mandala, il diagramma circolare composto dall’unione di figure geometriche che richiama il “cerchio della vita”.Il Padiglione dell’Angola.

A causa del violento terremoto del 25 aprile scorso, questo Padiglione era rimasto incompleto, ma tante sono state le donazioni dei visitatori. E tuttora continuano! W la civiltà.

Padiglione Regno Unito: Ci saremmo aspettati di trovare di tutto, come l’ora del the o la Regina Elisabetta, ma non un “alveare”. Questa è stata la sfida vincente del Padiglione UK: la visita si ispira al movimento delle api, fondamentali per il nostro ecosistema, che da un frutteto, volano per un prato fiorito fino a ritornare al loro romantico alveare di Nottingham, illuminato al tramonto. I visitatori possono sentirne suoni e profumi. Natura e tecnologia insieme possono nutrire il pianeta? Preserviamole.

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L’alveare di Nottingham, costruito in alluminio e costellato da mille luci a led, del Padiglione UK.

Padiglione Angola: L’Angola ha un carattere speciale e mi è piaciuta per tre cose. L’accoglienza tribale delle ballerine all’entrata, il ruolo centrale svolto dalla donna come promotrice dello sviluppo e custode della tradizione, e il succo di Baobab. Anche il ristorante non era male, ricco di frutta tropicale! 

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• african vibes • // Baobab juice, dal Padiglione Angola. Scoperto per caso, ricchissimo di vitamina C e antiossidante.

Altre dritte da archiviare:

  • Evitate il Padiglione Romania, non c’è assolutamente nulla da vedere.
  • Nonostante le numerose recensioni, cenare in Argentina ci ha deluso.
  • Il Future Food District è un supermercato normale, alla fine. Da saltare.
  • Il Padiglione Corea per me è NI. Tutto fumo e niente arrosto.
  • Per un dolce break, andate in Alto Adige. Brezl, cornetti giganti, e ottimo succo di mela della Leni’s, senza zucchero né coloranti.
  • Nel Padiglione del Vietnam l’unica cosa bella sono i fiori di loro all’esterno, per il resto sembra un negozio.
  • Il Padiglione Cina, avvolto da una distesa di fiori gialli, e con i suoi pannelli di bamboo, è uno dei più scenografici.
  • Eat Italy merita, ovviamente, ma le porzioni sono piccole e poco economiche.
  • Mi aspettavo qualcosa in più dal Cluster della Cioccolata, come dal Padiglione Italia. Mmm, peccato.
L'Albero della Vita by night

L’Albero della Vita by night

Insomma: davvero volete resistergli? Naaa.

Fefa

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Small Happy Things — Valle dei Tre Santi, Marche

Spesso mi capita di pensare al senso della vita, soprattutto quando questa vita non va.

Osservare gli altri, i loro successi, le mie sfighe, fare bilanci, confrontarsi, maledettamente paragonarsi, puntualmente rattristarsi.

Sì, ci casco anche io. Non sempre, per fortuna.

Anni fa ho lasciato un lavoro insopportabile, con uno stipendio normale e l’aria condizionata perché i miei anni migliori si stavano consumando dietro 12 ore di lavoro al giorno. Su questo non c’era dubbio. Non mi sono pentita. Non ci si pente mai di un panino morso al volo in auto, tra mille imprecazioni (mie e del capo), del tornare a casa che è ora di andare a dormire, dello svegliarsi già stanchi con la testa vuota e la freddezza nel cuore, così per anni e anni.

Non so come andrà alla fine della fiera, non ho il libretto d’istruzioni per la felicità, vado a tentoni, ma ho imparato che la qualità della vita è un valore inestimabile, molto più dell’affannarsi maniacalmente ad accumulare soldi, che poi neanche puoi spendere.

Adesso che il tempo sembra tutto mio, ho però un futuro traballante, un top invece di due, un’escursione tra i boschi invece di un viaggio di due settimane intorno al mondo, come facevo una volta, ma se mi guardo dentro e guardo oltre, non ha importanza, in fondo va bene così.

Live! Live the wonderful life that is in you! Let nothing be lost upon you. Be always searching for new sensations. Be afraid of nothing.”

Oscar Wilde, The Picture of Dorian Gray

Bisogna vivere con intensità, seguire l’istinto, per quanto possibile, perché di vita ce n’è una, e non si può, senza conseguenze, sprecarla per ciò che non ci appassiona. Non condanniamoci al grigiore di una vita mediocre. Ma soprattutto, bisogna disfarsi delle cose superficiali.

Parliamoci chiaro: siamo molto fortunati. Tutti ci lamentiamo della crisi, ma abbiamo un’auto, l’ultimo modello di cellulare, il condizionatore, un armadio in cui non entrano più vestiti e continuiamo tuttavia a comprarli, siamo sempre a raddrizzare il taglio dal parrucchiere o a sfogliare annoiati il menu al ristorante. Circoleranno meno soldi e meno opportunità di lavoro, senza dubbio, ma dopo tutto, non ci mancano certo i beni essenziali.

No, non sono stata in India o in Africa, il mio è un discorso che vuole arrivare ad un punto preciso, e cioè che io non voglio essere una di quelle che non apprezza più niente.

Una di quelle sommersa da cose superflue, materiali, inutili, che non si emoziona più, che non si appassiona più, che non pensa più, annoiata com’è ad avere tutto.

Un cuore arido, senza spontaneità. Un po’ come quelle star, così piene di pellicce, che poi non riescono più a regalare nulla nelle loro canzoni tutte uguali.

Questo mi spaventa.

Io voglio poter restare semplice, autentica e piena di curiosità. Voglio poter regalare la mia parte migliore agli altri, quella più coinvolgente. Voglio poter approfondire il senso delle mie emozioni, dal banale distinguere la bellezza di una rosa anche se nascosta nel cemento della città o dall’essere figlia del dubbio ma della voglia di crescere.

Non credo che sia questione di essere romantici o poetici. Piuttosto si tratta di porre fine a questa insoddisfazione e tornare a sentirsi vivi e non zombie.

Ma in fondo, neppure io sono immune da questa malattia del consumismo e così, bisogna continuamente allenarsi a mantenere attivo lo stupore per le piccole cose. 

Un po’ ho capito come si fa.

Basterebbe spegnere anche solo per un giorno la quotidianità per accendere i sensi e ritornare ad apprezzare ardentemente la vita. Per riposare dentro. Ritrovare l’entusiasmo. O per chiedersi più volte: Io cosa voglio veramente? Il percorso che sto attraversando mi rende davvero felice? E quando lo si è capito, avere il fegato di mollare la propria comfort zone, e ricominciare da zero, perché si sente che quello è il proprio destino.

Quando ho conosciuto Elizabeth Sunday Anne,– s’intende tramite internet e il suo blog  Too Happy To Be Homesick – CRONACHE SEMISERIE DI UNA VIAGGIATRICE BIZZARRA – di lei sapevo solo del suo coraggio con cui, stanca di svegliarsi al mattino e avere già il muso lungo, ha abbandonato un posto di ruolo nella scuola pubblica per riconciliarsi con se stessa in India.

Non a Salsomaggiore Terme, in India.

I più noiosi e bacchettoni staranno pensando: “Che folle!”. Per altre e quelle come me, invece, che non smettono mai di indagarsi e di fare rivoluzioni interiori, è di grande ispirazione. Leggetela.

“Il più bel viaggio di una vita è essere completamente se stessi e in questa scoperta emanare luce, e amore infinito. Essere se stessi significa donare luce al mondo.”

Stephen Littleword, Piccole cose

Ebbene, come non essere d’accordo?

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Nel blu tra il cielo e le onde — La Riviera del Conero, Marche

“Per me è fondamentale credere in un mondo migliore. Ci sono così tanti problemi – la povertà, le malattie, l’inquinamento – che essere ottimisti richiede disciplina.”

 

Parola del fotografo danese Joakim Eskildse, che ha descritto così la sua prima mostra alla Royal library di Copenaghen, ricca di immagini piene di speranza e magia. Comunque non è di questo che volevo parlarvi, ma della sua disciplina: in fondo, il segreto per pensare positivo sta tutto lì, nel coltivare la meraviglia.

Il mio modo personale per rimetterla in circolo, ad esempio, è quello di inseguire il colore, racchiuso nelle meravigliose spiagge del Parco Naturale della Riviera del Conero, nelle Marche, che con le sue acque blu circondate dal verde del Monte Conero (m.572), sembrano quasi isole delle Antille.

Sì, la mia è una dichiarazione d’amore.

Un piccolo paradiso terrestre low cost in cui torno ogni volta che posso, perché è uno di quei luoghi che ti riempie il cuore di leggerezza quando ne hai bisogno.

Spiaggia San Michele e Sassi Neri, Sirolo - Marche

No, non sono i Caraibi, ma la  lunga e selvaggia spiaggia di San Michele e Sassi Neri e il suo mare color zaffiro, a Sirolo, nelle Marche. Nessuno riesce a tenergli testa.

La vita è una cosa semplice, qui a Sirolo, ed è fatta di sensazioni: un bagno nel mare più turchese dell’Adriatico (Bandiera Blu d’Europa da oltre vent’anni), una partita a carte con la sabbia tra le dita per riscoprire la semplicità delle cose, e la testa finalmente libera dai pensieri.

Problemi, dove siete finiti? Ritrovarsi in questo paradiso naturale è come rinascere all’improvviso.

Che stanchezza, ragazzi ❤️ (Sirolo, Riviera del Conero)

Che stanchezza, ragazzi ❤️
(Sirolo, Riviera del Conero)

Io adoro la Spiaggia di San Michele e dei Sassi Neri a Sirolo, una lunga insenatura solitaria immersa nel verde, ideale per chi vuole fuggire a 360° dalla realtà. Il mio periodo preferito per andarci è tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. Il mare, incontaminato e cristallino, è certamente l’attrazione principale: raggiungibile a piedi dal cimitero di Sirolo (davanti troverete un ampio parcheggio, 7 euro al giorno) tramite una strada asfaltata in discesa che incrocia un piccolo bosco di caducifoglie dove convergono diverse scalette sul mare.

Il paradiso naturale che ti accoglie al termine della scaletta. Quasi accecante!

Il paradiso naturale che ti accoglie al termine della scaletta. Quasi accecante! Non è immaginazione, è tutto vero. #nofilter

Quindici minuti di discesa (e, soprattutto, di salita) abbastanza impegnativi: ogni volta torno a casa con il dolore ai polpacci, per cui vi consiglio di non indossare sandali scivolosi e di non caricarvi con troppa roba. In alternativa, per i più pigri, c’è anche il bus, gratis se si pranza da Da Silvio. Nei weekend, ovviamente, sia il parcheggio, che la spiaggia e i bus sono molto affollati, ma c’è posto per tutti.

La spiaggia di San Michele è attrezzata con chiosco, ombrellone e lettini, mentre quella dei Sassi Neri è più wild e si conclude con degli scogli panoramici e delle cavette bianche mozzafiato. Fare una passeggiata per scoprire questo luogo magico è d’obbligo.

Non c’è la sabbia a Sirolo ma sassolini bianchi e granella. Ci sono pareri contrastanti ma personalmente, abitando sul mare e con le borse sempre piene di sabbia al ritorno, lo preferisco.

Nature, Monte Conero, Beach, Marche

Il panorama del cuore verde del Conero, lungo uno dei sentieri che porta alla spiaggia dei Sassi Neri, a Sirolo nelle Marche #nofilter

Chi mi segue lo sa: ho sempre pensato alla Polinesia Francese o all’Indonesia come quelle mete di viaggio più vicine al sogno. Che ci posso fare?

Sono un’ inguaribile fan della beachlife, possibilmente nell’acqua trasparente, tanta brezza carezzevole e una granita e una rivista ad aspettarmi sull’asciugamano. Che relax! Ecco, nella Riviera del Conero si può vivere davvero un’esperienza di felicità, che non ha assolutamente nulla da invidiare ad una spiaggia tropicale.

L'unico posto dove vorrei essere, quando ci sono 35 gradi.

L’unico posto dove vorrei essere, quando ci sono 35 gradi. L’acqua è trasparente e sempre freschissima!

Tra i luoghi indimenticabili, la piazzetta di Sirolo, con la sua vista mozzafiato: l’ideale per romantico aperitivo al tramonto con ancora la sabbia tra i capelli, e magari un calice di Rosso Conero. Fate anche una tappa al borgo, molto affascinante. La Bella Vita!

Sirolo, Marche, Monte Conero, Little Square

La “piazzetta” a Sirolo, con un’incredibile vista sul mare e sul Monte Conero 📷

 

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FEFAaCastelluccio
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Flowers Therapy: quando stare a piedi nudi migliora la vita

Hey, come state?
È passato un po’ di tempo da quando ci siamo sentiti l’ultima volta. Che anno era?
A parte gli scherzi, non sono una di quelle che scrive un post al giorno, ogni giorno, ve ne sarete accorti. Non so ancora se sono tagliata per fare la blogger; di certo, quello che so, è che le idee mi escono solo se ho entusiasmo, se sono ispirata, e (molto) spesso mi scoraggio.

Eppure, per fortuna, tante persone speciali mi seguono, mi fanno i complimenti e mi rimproverano, così la passione di condividere qualcosa è tornata. Grazie! Siete fantastici!

Lasciate che vi racconti di un posto che ho visto tempo fa, un luogo così bello che pare ricalcato da un quadro di Monet, a metà strada tra il paradiso e la fiaba. Sto parlando di Castelluccio, un paesino dell’Umbria, sigillato tra i Monti Sibillini, e precisamente a 28 km da Norcia, dove per tutto l’inverno non arrivano quasi macchine.

Tra metà Giugno ed i primi giorni di Luglio di ogni anno, queste colline però si trasformano popolandosi di fiori di tutti i colori, dal giallo ocra al rosso, dal viola al bianco all’azzurro, attirando turisti da tutto il mondo. Poiché la fioritura è qualcosa di assolutamente naturale ed incontrollabile, e dipende molto dall’andamento climatico della stagione, prima di partire da lontano e restare delusi, sarebbe opportuno fare squillo al Comune di Norcia in Piazza S. Benedetto.

[Recapiti: Tel. 0743824911 Fax 0743816519]

castelluccio

Avete mai visto qualcosa di più bello?

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#dadoveblogghi
Not all who wander are lost
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#dadoveblogghi: Not all who wander are lost

Esistono persone con le idee chiare e scelte precise, da sempre, che invidio tantissimo. Poi ci sono io che arrivo a definirmi attraverso le cose che mi capitano, spesso impacciata e in ritardo, ma che alla fine imbocco, stranamente, la strada giusta.

Non dovrei neanche essere qui, tra di voi, che ho aperto questo blog quasi più per far felici gli altri che per me stessa, e senza sapere neppure dove mi avrebbe portato.

Per ora so che mi ha condotto a parlare (anche) di viaggi. A questa consapevolezza ci sono arrivata tramite una mia amica che mi ha detto con grande ovvietà: “Bhè? Com’è che non parli della tua passione?” In effetti, il mio amore travolgente per le evasioni è fiorito nel lontano 2009 grazie al mio fidanzato che mi regalò un biglietto per Londra, ignaro di creare una dipendenza. Da quel momento, ho preso un aereo una volta l’anno, ogni volta che potevo, e se non era un aereo era una macchina una volta a settimana, e se ero a casa sognavo la prossima meta.

L’importante era esplorare, conoscere, meravigliarsi, per poi cercare di applicare questi insegnamenti alla vita reale.

viaggio a londra

L’evento che segna profondamente la mia vita: il mio primo viaggio, a Londra (2009)

La mia vita reale che è ad Alba Adriatica, un piccolo paese al centro dell’Abruzzo, dove mi basta uscire di casa per trovarmi il mare. E fin qui tutto perfetto. Il problema è che non c’è lavoro, e una mentalità che a volte sembra persa nei secoli bui del medioevo, a cui mi sono sempre sentita estranea. Questa mia esigenza di fare la valigia e partire forse è nata anche un po’ dalla voglia di ispirarmi a qualcosa di più grande del posto in cui sono nata. Perchè, come dice Calvino, “Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda.”
Viaggiare mi ha arricchita, cambiando la forma dei miei pensieri, plasmati lontano dai pregiudizi e dalle abitudini, e se le persone viaggiassero, sarebbero migliori. Io sono e sarò sempre grata al viaggio.

Pertanto, sono onorata di far parte della “mappa di blogger“, la splendida iniziativa di Lucia di Mondovagando che con l’hashtag #dadoveblogghi, ha deciso di convergere in un unico spazio i travel blogger, per conoscersi e per sapere da dove veniamo.

Not all who wander are lost, con #dadoveblogghi.

Mi chiamo Federica, e ho aperto Fefa.it da pochissimo. Tutti mi conoscono con questo soprannome e vorrei che anche voi mi chiamaste così. Ho 32 anni, un coniglio nano, e per il resto, spero che i miei pensieri vi abbiano raccontato qualcosa di me. Benvenuti.

 

Fefa